Scuro Chiaro

Ad un mese dall’insediamento del governo guidato da Mario Draghi, il neonato Ministero della Transizione Ecologica comincia a produrre programmi. Se però il buongiorno si vede dal mattino…

Il nuovo Ministro

Il 21 febbraio 2021 si è insediato il nuovo governo presieduto da Mario Draghi. Una delle novità di questo governo è la presenza di un Ministero per la Transizione Ecologica, che ha preso il posto e superato in termini di competenze il precedente Ministero per l’Ambiente.

Alla sua guida è stato scelto il Prof. Roberto Cingolani, il cui curriculum [1] accademico e non ha attirato l’attenzione di tutti coloro che sono interessati all’argomento ambiente e che si chiedevano come il nuovo Governo avrebbe affrontato la sfida dell’emergenza climatica, sfida che è tutt’altro che scomparsa con l’arrivo della pandemia.

Roberto Cingolani è un Fisico di grande esperienza, avendo lavorato come ricercatore prima e Professore Associato poi sia in Italia che all’estero (Max Planck Institute, Unversità di Tokio, Virginia Commonwealth University) prevalentemente nel settore dela Scienza dei Materiali.

Ma il Prof. Cingolani non è solo un accademico. Dopo avere fondato l’Istituto di Nanotecnologie di Lecce, è stato alla guida dell’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova e poi Responsabile Tecnologie e Innovazione della società Leonardo, un colosso nel settore aerospaziale e difesa a livello Italiano.

Ciò che attira l’attenzione è che Roberto Cingolani conosce sia il mondo della ricerca, sia quello dell’industria. É stato sia accademico che dirigente. Personalmente ritengo una figura del genere particolarmente ideale per essere messo alla guida di un Ministero che dovrebbe (almeno nelle intenzioni) fare pesante ricorso alla Scienza.

Lo scopo del Ministero

Dal sito del Ministero dell’Ambiente [2] si legge che il MITE, oltre alle precedenti mansioni del Ministero dell’Ambiente, assorbe anche alcune delle competenze chiave nel processo della transizione ecologica, inerenti principalmente il settore dell’energia.

Collaborerà a stretto contatto con il Ministero dello Sviluppo Economico e avrà un ruolo fondamentale nel gestire l’implementazione delle politiche ambientali del nuovo Governo. Politiche che, lo ricordiamo, sono di fondamentale importanza in questo periodo.

L’Italia, insieme agli altri paesi dell’Unione Europea, sta puntando all’ambizioso progetto della Carbon Neutrality entro il 2050 [3]: ridurre a zero le emissioni nette di gas serra. Dal sito della Commissione Europea si legge:

“Tutte le parti della società e i settori economici giocheranno un ruolo – dal settore dell’energia all’industria, alla mobilità, all’edilizia, all’agricoltura e alla silvicoltura”

Il MITE dovrà quindi occuparsi anche di tutti quei problemi di infrastruttura che al momento mancano in Italia.

Quale strategia? Le dichiarazioni iniziali

Grande interesse si è subito presentato per le posizioni del neo Ministro sull’energia: quali opinioni aveva espresso a riguardo in passato e quali potrebbero quindi essere i suoi punti di partenza per sviluppare il piano di Governo?

In una intervista rilasciata sul sito di Eni nel luglio 2018 [4] l’allora Responsabile Tecnologie e Innovazione di Leonardo fa una affermazione che ha freddato molti animi (incluso il mio): “Abbiamo l’idroelettrico che è bellissimo, però non basta per tutti; il carbone e simili sono molto inquinanti; sul nucleare abbiamo visto che ci sono diversi veti di varia natura (quali? nda); l’eolico ha limiti di ingombro, ha problemi se c’è vento o no, non si può mettere ovunque e, come il fotovoltaico, non è immune da impatto ambientale (a lungo andare si riempirebbe il pianeta di silicio e metallo).

“In questo momento il gas è uno dei mali minori: nel medio e lungo termine la risorsa più sostenibile,

ma crea problemi per le infrastrutture e anche le tecnologie di trivellazione sono oggetto di molte discussioni”.

Uscita comprensibile in quanto intervista rilasciata ad ENI, ma spiace sentire chiamare il gas naturale “il male minore” quando questo, solo per quel che riguarda le emissioni di CO2 , è al quarto posto dopo lignite, carbone e petrolio ed emette quasi sei volte più del fotovoltaico che lo segue [5], senza parlare degli altri inquinanti.

Le dichiarazioni recenti

In dichiarazioni più recenti [6], ormai da Ministro insediato, Roberto Cingolani dà una visione diversa del suo programma, puntando su due obbiettivi: Idrogeno verde e Fusione Nucleare.

E questo è un problema perché una affermazione del genere suona più come un “inseguire l’opinione pubblica” che “avere un programma realizzabile che ci porti agli obbiettivi del 2050”.

Idrogeno verde

L’Idrogeno è considerato un vettore di energia pulito (l’unico prodotto di combustione è acqua), ma occorre fare qualche precisazione a riguardo.

Essere un vettore di energia significa che è un modo per trasportare (in modo agevole?) energia da un luogo all’altro. L’Idrogeno è estremamente abbondante sulla terra, ma non è praticamente mai presente in forma molecolare, che è quella necessaria all’uso come vettore di energia. Il processo più semplice per ottenerlo è estrarlo per elettrolisi dell’acqua o da molecole che ne sono ricche, come il metano.

Ma si tratta di processi energivori e che comportano perdite energetiche a causa delle inefficienze dei processi di conversione (che ricordiamo non possono avere rendimento 1). In pratica produrre idrogeno significa aggiungere passaggi al processo di produzione di energia che in alcuni casi potrebbero essere del tutto superflui. Senza contare che se si decide di produrre Idrogeno da metano, questo comporterà proseguirne l’estrazione [7].

In un articolo su Bloomberg [8] Michael Liebrich osserva che l’Idrogeno sarà sicuramente un elemento importante della rivoluzione ecologica dei prossimi anni, ma considerarlo la panacea di tutti i mali è miope: la rete ferroviaria, il riscaldamento domestico e altre applicazioni di largo uso sono già elettrificate o avrebbero un’efficienza migliore se fossero completamente elettrificate. Anche le auto a cella a combustibile presentano problemi rispetto alle auto a batteria (che però ovviamente presentano criticità di altra natura).

Inoltre servono infrastrutture complesse e costose per gestire l’Idrogeno. A tal proposito Cingolani afferma, però:

“Al momento non abbiamo gli impianti, non sappiamo come stoccare e come utilizzare l’idrogeno.”

Ma in dieci anni saremo in grado di diventare competitivi su questo fronte? Anche perché la produzione dell’Idrogeno, per essere davvero una vettore verde, deve essere verde a sua volta, sfruttando l’eccesso di produzione elettrica da parte delle rinnovabili. Eccesso che ad oggi non c’è. Quindi come produrremo l’energia necessaria senza ingombrare l’Italia di pale eoliche e pannelli fotovoltaici? Lo spettro del gas naturale si ripresenta.

Puntare sulla Fusione Nucleare

Questa è la parte più inaspettata del discorso di Cingolani. “L’Universo funziona con la fusione nucleare. Quella è la rinnovabile delle rinnovabili. […] Staremo investendo sulla fusione nucleare che ora sta muovendo i primi passi nei laboratori”.

Ci sono davvero troppe imprecisioni in questa affermazione. L’Italia investe da anni nella Fusione Nucleare, essendo partner fin dagli inizi del progetto ITER e la Fusione è attualmente un po’ più avanti rispetto ai “primi passi in laboratorio” dato che il reattore ITER (il primo prototipo che servirà per ottimizzare DEMO, che sarà l’apripista dei modelli di reattori futuri) è già in fase di costruzione. L’immagine che accompagna questo articolo è il sito ITER nel 2018.

Ma la cosa che più sorprende (nonostante l’importanza fondamentale di tali investimenti, non ho intenzione di sminuire questa tecnologia) è il presentarla come obbiettivo primario sapendo bene che secondo la road-map del progetto ITER [9] la produzione su larga scala di energia da fusione non vedrà la luce prima del 2060, quindi ormai tardi per gli obbiettivi di emissioni zero entro il 2050.

Si tratta di un investimento sul lungo – lunghissimo periodo. Fondamentale, certo, ma irreale come soluzione di un problema che incombe ormai da anni.

Concludendo

Le prime affermazioni del Ministro Cingolani riguardo le strategie da perseguire per fronteggiare la crisi cimatica sono sorprendenti, ma forse non nel senso in cui avrebbe voluto.

Riguardo un problema la cui soluzione dovrà essere trovata in tempi brevissimi (la scelta della sede del Deposito Unico delle Scorie Nucleari) si limita a ricordare che la SOGIN ha prodotto la CNAPI e che (come era facilmente prevedibile) il termine della consultazione pubblica è stato prorogato a 120 giorni, senza fare ulteriori affermazioni in merito. Considerando che spetterà al suo dicastero prendere questa decisione, ci si sarebbe aspettati qualcosa di più approfondito.

Vedremo cosa sarà in grado di fare, ma come dicevo: se il buon giorno si vede dal mattino…

Bibliografia

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