Scuro Chiaro

Dieci anni fa in Giappone si verificava il secondo incidente nucleare di grado 7 INES della storia dell’umanità. Quali effetti ha avuto sul mondo?

Lo Tsunami e l’incidente

L’11 marzo 2011 il Giappone venne colpito da un sisma di proporzioni catastrofiche. Il sisma del Tohoku è ad oggi il quarto più intenso mai registrato e raggiunse il 9° grado della scala Richter [1].

Eppure quel giorno non è passato alla storia (almeno per il resto del mondo) per il sisma o il conseguente Tsunami che provocarono insieme circa 19.000 vittime, ma per l’incidente occorso alla centrale nucleare di Fukushima Dai – Ichi (letteralmente: Fukushima Numero 1). Incidente classificato di grado 7 sulla scala INES, unico insieme a quello di Chernobyl del 1986.

A dieci anni di distanza, quali sono le conseguenze di quell’evento?

L’incidente – Un breve riassunto

Nel pomeriggio dell’11 marzo 2011 il Giappone viene colpito da un violento terremoto. I danni provocati sono enormi, nonostante questa sia una terra abituata ai terremoti. Meno di un’ora dopo, la costa orientale viene colpita da uno Tsunami alto in alcuni punti più di 14 metri.

I danni alla popolazione e alle infrastrutture sono ovviamente enormi, con interi centri abitati devastati. Anche numerosi impianti subiscono danni gravi, come la raffineria Cosmo nella baia di Tokio, foto spesso associata senza motivo al disastro di Fukushima Dai – Ichi.

L’incendio alla raffineria Cosmo – Tokio. Spesso questa immagine viene utilizzata per rappresentare il disastro di Fukushima Dai – Ichi, ma questo incendio avvenne a 200 km di distanza

Ovviamente la presenza di varie centrali nucleari anche sulla costa direttamente esposta allo Tsunami desta preoccupazione. I controlli partono immediatamente dopo il terremoto, ma i rilevamenti non mostrano danni. Le centrali sono andate tutte in blocco automatico (in termine tecnico: SCRAM [2]). La centrale di Fukushima Dai – Ichi risulta però isolata dalla rete elettrica e il raffreddamento del reattore è tutto a carico dei generatori diesel.

L’onda di Tsunami che la raggiungerà meno di un’ora dopo però supera le barriere e allaga buona parte della centrale, rendendo inservibili i generatori. L’aumento di temperatura e la presenza di elementi protettivi in zirconio portano alla produzione di idrogeno dall’acqua e nel pomeriggio del 12 marzo ci sarà la prima esplosione, avvenuta nel reattore 1. Questa provocherà una contaminazione modesta data dalla rimozione violenta del coperchio del contenitore del reattore.

L’impatto sulla popolazione sarà minimo perché il governo Giapponese, già all’alba del 12 marzo, aveva evacuato tutta la popolazione entro 10 km dalla centrale[3].

Una seconda esplosione danneggerà il reattore 2 il giorno 15 marzo. Questo è l’evento che disperse la maggior quantità di radionuclidi nell’atmosfera. Da calcoli eseguiti successivamente, la quantità totale di radionuclidi emessi fu circa un decimo di quelli prodotti dall’incidente di Chernobyl.

Gli effetti sulla popolazione

La tempestiva evacuazione ordinata dal governo Giapponese ha fatto sì che la popolazione civile sia stata esposta a livelli minimi di radiazioni (meno di 10 mSv totali, equivalenti a circa cinque anni di radiazione in condizioni normali [4]). I lavoratori impegnati nelle operazioni di intervento sulla centrale hanno ricevuto livelli più alti, tali da aumentare la possibilità di contrarre tumori, ma ad oggi non si registrano casi simili.

I principali effetti sulla popolazione sono stati causati dall’enorme stress dovuto all’evacuazione e alla generale paura di un possibile incidente più grave. Si ritiene [5] che più di 2.000 persone siano morte per traumi (fisici e psicologici) legati a questo evento. Numeri simili sono però stati osservati anche in altre regioni del Giappone pesantemente colpite dal terremoto e dallo Tsunami.

A dieci anni di distanza i lavori di decontaminazione sono ancora in corso e la zona di esclusione è stata notevolmente ridotta. Molte persone sono già rientrate nelle loro abitazioni, ma molte altre, pur potendolo fare, hanno rifiutato.

Anche se gli effetti su flora e fauna sono ancora in fase di valutazione, un dato rilevante è il fatto che il riso coltivato nella prefettura di Fukushima non ha mai presentato eccessivi problemi di radiazione: solo poche decine di sacchi su milioni controllati hanno superato i limiti di sicurezza imposti dal governo e solo fino al 2013. Limiti che peraltro sono stati abbassati a livelli circa dieci volte inferiori di quelli attualmente in vigore in Europa.

E anche la pesca ne ha risentito marginalmente, con solo una piccola percentuale di pesce invendibile fino al 2012. Anche in questo caso però buona parte dell’esclusione è dovuta ai limiti di legge estremamente stringenti.

L’eredità di Fukushima

A dieci anni dall’incidente, qual è l’eredità di Fukushima? Nel 2016 l’allora Direttore Generale della International Atomic Energy Agency (IAEA) dichiarò:

“Sono fiducioso che l’eredità dell’incidente di Fukushima Dai-ichi darà ovunque una maggiore attenzione alla sicurezza nucleare”

Yukiya Amano – Direttore della IAEA nel 2016

Ma è stato davvero così, o almeno SOLO così? Sicuramente in parte le previsioni di Y. Amano si sono avverate. In Europa sono stati eseguiti numerosi stress – test sulle centrali e questi hanno portato a miglioramenti nelle procedure e nei protocolli di sicurezza.

Ma in altri casi le conseguenze sono state diverse. Il caso che ci tocca più da vicino è ovviamente l’Italia che in quel periodo era in piena campagna referendaria proprio sul nucleare. Era la prima volta dal 1987 che il discorso sul nucleare Italiano veniva ripreso e la coincidenza dell’incidente di Fukushima con questo quesito referendario (la votazione si tenne il 12 e 13 giugno) portò oltre il 94% degli Italiani che si recarono alle urne a votare contro l’abrogazione delle norme che di fatto impedivano la produzione di energia nucleare su suolo Italiano.

Ad oggi in Italia il discorso sul nucleare è quasi un tabù a livello politico e solo pochi gruppi con minima o nessuna rappresentanza parlamentare hanno una qualche discussione interna a riguardo.

Ma non solo l’Italia ha espresso un “no” fermo all’energia nucleare. Israele ha completamente fermato qualsiasi progetto per l’uso civile del nucleare. La Cina diede uno stop alla approvazione di nuove centrali (stop successivamente revocato: ad oggi la Cina è uno dei paesi che maggiormente investe nella produzione di nuove centrali).

Un caso Europeo interessante è la Germania. Pochi anni fa Angela Merkel varò l’Energiewende (trad. “Transizione energetica”) per abbandonare la produzione di energia da fonti fossili, privilegiando le fonti rinnovabili. Il progetto prevedeva anche il cosiddetto phase-out ossia l’abbandono della produzione di energia dal nucleare.

Se però all’inizio l’intento era quello di non costruire nuove centrali lasciando arrivare alla scadenza concordata gli impianti già esistenti, ad oggi il programma è cambiato e ha già portato alla chiusura degli impianti costruiti prima del 1980 e anticipato la chiusura di tutti gli altri entro il 2022. Tempi così stretti però hanno costretto la Germania a sopperire alla mancata produzione con centrali fossili a gas e carbone, rendendo l’obbiettivo della carbon neutrality più complesso.

Il futuro

L’anniversario di Fukushima è sicuramente un’occasione per parlare (almeno in Italia) di un argomento di cui non si parla praticamente mai, nonostante ci tocchi da molto vicino.

Entro pochi mesi dovremo decidere dove costruire il Deposito Unico delle Scorie Nucleari [7] come da disposizioni Europee e siamo già in ritardo (siamo praticamente l’unico stato Europeo a non averlo ancora avviato).

E la crisi climatica e gli obbiettivi di carbon neutrality ci riguardano da vicino. La pandemia in corso non deve farci dimenticare che un problema ben più grave e di ben più ampia durata è ancora presente e le strategie in corso per combatterlo sono ad oggi insufficienti.

L’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) mette il nucleare tra i protagonisti della rivoluzione energetica insieme ai più ben noti solare, eolico, idroelettrico, geotermico. Se dobbiamo ascoltare gli scienziati, sarebbe forse il caso di farlo senza pregiudizi.

Fonti

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